Vorrei fermarmi brevemente, subito, solo su due verbi del testo «crediamo» e «sappiamo». Sono due cose diverse: «Credere» abbraccia tutto lo slancio di chi si abbandona nella forza di Dio anche nell'oscurità, convinto che sotto l’aridità dei granelli di sabbia, che i passi stanchi smuovono, fiorisce il fiume d’acqua viva che zampilla sino alla vita eterna.
Nelle nostre chiese il Tabernacolo è quella specie di contenitore, generalmente di oro o altro materiale nobile, nel quale sono poste le pissidi piene delle Ostie consacrate, posto o sull’altare maggiore, secondo l’uso antico, oppure in una cappella laterale, con una lampada sempre accesa davanti; è il luogo più santo dell’edificio, perché ivi è il Signore stesso nell’Eucaristia, la sua “presenza reale”, come si dice precisamente.
In ultima analisi potremmo rispondere molto semplicemente e in maniera sbrigativa che non sappiamo nulla, perché i Vangeli e gli altri scritti del Nuovo Testamento non ci dicono nulla dell’aspetto fisico di Gesù. Cogliamo nei racconti evangelici alcuni suoi momenti di commozione, di turbamento, di gioia, perfino di angoscia; lo vediamo piangere, soffrire, allietarsi, persino scherzare, dormire e mangiare come anche camminare e affaticarsi. Veniamo anche a conoscenza della sua relativa giovinezza: Lc 3, 23 ci racconta che «Gesù quando iniziò il suo ministero aveva circa trent’anni».
Credo che l’essenza del maestro sia la sua consapevolezza di finitudine. Sapere che ogni essere umano occupa un piccolo segmento nella grande Storia produce in certi individui la spinta necessaria a consegnare il testimone. Ciò comporta due fasi esistenziali: la prima è assorbire la tradizione, la seconda è trasmetterla. Nel momento in cui ciò accade, le generazioni si incontrano. Il punto di saldatura della civiltà s’identifica nella famiglia e nella scuola.