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Proseguiamo la nostra riflessione sulla quinta parola del Decalogo: non uccidere. Abbiamo già visto che “uccidere” qui dice la relazione con l’altro resa spezzata o deformata dalla violenza. In estrema sintesi, potremmo dire che “uccidere” si verifica tutte le volte che un altro viene cancellato dalla nostra vita. Ancora, abbiamo osservato che la fraternità che il comandamento ci impegna a vivere non è un rapporto a due, io e il mio amico, ma un rapporto a tre: io, l’altro e Colui che ci ha posti l’uno accanto all’altro. In questo senso, per risanare le ferite nelle nostre relazioni interpersonali dobbiamo guardare a questo terzo soggetto, Iddio, che ha amato entrambi per primo condonando a ognuno ogni debito: possiamo quindi accoglierci gli uni gli altri, come Lui ci ha accolto.

di Madre Maria Cánopi

A quel tempo nel piccolo paese in cui abitavo non c’era né asilo nido, né scuola materna. Si incominciava con la scuola elementare, e questo costituiva un grande evento sia per i bambini che per le famiglie, specialmente per chi abitava in case isolate.
Si trattava, infatti, di abituarsi ad entrare in relazione con altri bambini sconosciuti e con una insegnante che – per quanto fosse materna – non poteva supplire la mamma.
La scuola come luogo per imparare a leggere e a scrivere mi piaceva molto, ma la mia estrema timidezza mi metteva in difficoltà con alcuni compagni dispettosi, che arrivavano persino a intingermi la punta delle treccine bionde nel calamaio! Allora, infatti, non c’erano ancora le biro o le penne stilografiche, ma si usavano le cannucce di legno con i pennini infilati sulla punta, quindi su ogni banco di scuola c’erano i calamai incastrati in un foro per intingere, e si usava la carta assorbente per le inevitabili macchie.

di Gianni Gennari

Ancora sulla prima parola: “Credo”. Forse sono discorsi difficili. Chiedo scusa a chi legge, e mi sforzerò di semplificare, ma qualche pensiero serve davvero per andare avanti insieme.
Quando dico “credo” e la parola esprime ciò che è proprio la “fede”, dico insieme certezza di fondamento (“basàh” biblico) e slancio di affidamento che si spinge avanti (“amàn”) e diventa capacità di rispondere con la vita alla “Parola” che annuncia e insieme rivela la salvezza che viene da Dio e che veramente dà senso ultimo a tutta l’esistenza umana, anche se come strumento “non serve” a niente di mondano, conoscenze umane e potere sulla natura. La salvezza è ciò che dà “senso ultimo” a tutto nel tempo ed oltre il tempo, perché acconsente all’invasione di Dio stesso nella nostra esistenza e la trasforma in una “compagnia” di Padre, Figlio e Spirito Santo fino alla vita eterna…

Canopi/Gennaio2011

Rievocare in età avanzata le esperienze e le impressioni avute nella prima infanzia può essere per tutti un modo di ricuperare un mondo apparentemente perduto e forse anche per ritrovare la chiave di lettura del proprio mondo interiore nel momento attuale. Non è però facile rievocare la propria infanzia “a voce alta”, ossia raccontarla ad altri. C’è una innata riservatezza, come un velo oltre il quale neppure noi possiamo spingere lo sguardo. Siamo pienamente conosciuti soltanto da Dio, poiché egli è l’Amore che ci ha creati e che ci sostiene in vita.