Solo un amore vero ordina i desideri. Essi sono, allora, espressione di un amore equilibrato e libero, l’amore di carità, l’unico capace di coinvolgere tutta la persona.
di G. Cucci

L’atrofia del desiderio non risparmia nemmeno la vita spirituale. Anch’essa è infatti attraversata dalla tentazione dell’alternativa: meglio una vita spenta, noiosa ma al riparo da rischi, sicura, tranquilla ed ordinata, ad una vita accesa, colorita ma che mette paura, perché non si sa dove porti, ed in cui le regole e i valori presto o tardi potrebbero crollare o perdere credibilità. L’abate A. Louf riconosce che tale disagio ha attraversato profondamente la vita spirituale: «I trattati classici di morale o di ascetica e mistica affrontavano il problema in maniera necessariamente astratta.
Desideri, tentazioni, tendenze erano descritti, classificati. Si cercava di regolarli all’interno di prescrizioni e divieti, e questi talvolta erano anche “tariffati” a seconda della gravità, che talora era chiamata anche “perversità”. Raramente si trattavano casi reali, che sarebbero stati di ben altra complessità e scomodità. Fino a un’epoca molto recente, le parti dei trattati di morale ritenute più delicate erano scritte unicamente in latino, talmente le parole di tutti i giorni erano viste come assolutamente sconvenienti per descrivere certi fatti».
Queste obiezioni non portano tuttavia a concludere che desiderio e vita spirituale siano inconciliabili, ma che è necessaria un’intelligenza anche in questo campo fondamentale della vita: il desiderio, come ogni altra realtà, si presenta in modo ambiguo, certo può portare al male ma, come si è visto negli articoli precedenti, esso si presenta originariamente come desiderio di bene. Negare il desiderio non garantisce dal male, perché la paura e la negazione finiscono per rafforzare piuttosto che attenuare queste dinamiche.
Il compito è piuttosto di imparare a leggere il desiderio, di decifrarne la portata simbolica che lo caratterizza: «Se i desideri si presentano a volte sotto forme un po’ strane o spingono a comportamenti che con tutta evidenza hanno qualche legame con il cosiddetto peccato, è semplicemente perché non sono bene “a posto”, è perché sono “male ordinati” (direbbe Bernardo). Ora, l’insieme dei desideri non può essere ordinato e messo a posto — potremmo dire anche: “strutturato” — se non dall’amore. Solo un amore vero ordina i desideri.
E, se la maggior parte delle persone, per non dire all’incirca tutte, soffrono di desideri che ritengono “disordinati”, è perché noi siamo degli esseri più o meno feriti, degli handicappati dell’amore» (Louf).
Certo, non è facile conoscere la verità dei propri desideri, perché il desiderio attinge alla realtà profonda ed al mistero che noi siamo, anzitutto a noi stessi. Conoscere il proprio desiderio è comunque il primo passo per viverlo in libertà: più che approvarlo o condannarlo, si tratta di fare verità su di esso, educandolo e riconoscendone l’insegnamento per la vita.
Ogni attività ha infatti un piacere ad essa proporzionato, e quando la si compie in modo ordinato comporta un diletto: può trattarsi di un’attività manuale, dello studio, dello sport, di una relazione… Il desiderio quando trova una espressione adeguata manifesta ciò che S. Agostino chiamava “ordo amoris”, la cui caratteristica è la circolarità, di essere cioè causa ed effetto dell’amore: la purificazione del desiderio diventa energia e conoscenza suscitate dall’amore e queste a loro volta consentono di ordinare l’amore, amando l’oggetto in proporzione alla sua importanza. È l’espressione di un amore equilibrato e libero, l’amore di carità, l’unico capace di coinvolgere tutta la persona.